Gaeta, le Olivetti tornano sui banchi. E i cellulari, muti
QUI GAETA, LE OLIVETTI SONO TORNATE IN CLASSE
Lo stiamo rifacendo.
La seconda edizione del corso “Metti la Olivetti sul banco” è partita. 15 in aula, altrettante “Lettera 32” e voglia di pestare sui tasti oltre l’immaginabile.
Ieri, 28 aprile, il primo incontro, d'approccio. Ma dopo 30 minuti i ragazzi erano già tutti a scrivere. E due ore e mezza più tardi non volevano ancora riporre ciascuno la propria macchina nella custodia e darci appuntamento alla prossima settimana.
I fogli riempiti in questa prima lezione già marcano un percorso. La fisicità, l’emozione nel trasferire il pensiero direttamente sulla carta, l’attenzione a “diteggiare” con la forza necessaria e controllare la lettera per passare alla successiva. La macchina per scrivere è un tapis roulant per la mente, allena e non annoia. Per la fantasia è un tappeto, sì, ma volante. I ragazzi si divertono, si appassionano al punto di essere straordinariamente gelosi del foglio scritto con le proprie dita.
E i cellulari? Nessuno ha sentito il bisogno di usarli durante la lezione. Li avevano con sé, chi sul banco chi nello zaino. Ma il ticchettìo, il nastro inchiostrato, i polpastrelli sporcati per disincagliare i caratteri, la scoperta del rosso e del blu che si cambia con una levetta, il campanello che avverte del fine riga non hanno lasciato spazio al digitale.
Mentre i ragazzi creano e si divertono con questa stampante senza spina e senza wifi, il giardino delle loro sinapsi fiorisce. Il programma della prima lezione prevedeva che raccontassi chi è stato quel signore che dà il nome alle “32”, parlare loro di Adriano Olivetti. Hanno smesso di scrivere col broncio. Così, io e Manuela Garau (la mia amica geniale, la professoressa che mi è complice in questa operazione e apripista nell’IC Principe Amedeo) abbiamo dovuto trattare. Avrebbero ascoltato a condizione di poter scrivere il riassunto non a casa, ma subito, in aula. Con quelle macchine che sentono già loro e che hanno personalizzato, con un’etichetta su cui ciascuno ha scritto il proprio nome e il nome che ha dato alla “sua” Lettera 32.
Appuntamento al prossimo martedì. Mai visti ragazzi “delle medie”, come si diceva ai miei tempi, non voler andare via dalla scuola, nel prolungamento pomeridiano, oltretutto.
Una precisazione: tengo questo corso mettendo a disposizione le macchine della mia collezione e con un programma di insegnamento - approvato dalla dirigente scolastica Mariarosaria Mitrano - sviluppato sulla base di una serie di studi e pubblicazioni universitarie statunitensi e giapponesi raccolte negli anni. Vi sono esaminati e catalogati gli effetti sulla mente e sulla psiche della digitazione meccanica e della dattilografia; a questi ho unito i preziosi suggerimenti di uno studioso d’eccezione come il neurologo e psicoterapeuta Pierluigi Brustenghi (l’autore di “Intelligenti si diventa” di Mondadori, sì, proprio lui).
Ed è tutto vero, anno 2026, in piena era dell’intelligenza artificiale, a Gaeta. Potere delle typewriter.
Lo stiamo rifacendo.
La seconda edizione del corso “Metti la Olivetti sul banco” è partita. 15 in aula, altrettante “Lettera 32” e voglia di pestare sui tasti oltre l’immaginabile.
Ieri, 28 aprile, il primo incontro, d'approccio. Ma dopo 30 minuti i ragazzi erano già tutti a scrivere. E due ore e mezza più tardi non volevano ancora riporre ciascuno la propria macchina nella custodia e darci appuntamento alla prossima settimana.
I fogli riempiti in questa prima lezione già marcano un percorso. La fisicità, l’emozione nel trasferire il pensiero direttamente sulla carta, l’attenzione a “diteggiare” con la forza necessaria e controllare la lettera per passare alla successiva. La macchina per scrivere è un tapis roulant per la mente, allena e non annoia. Per la fantasia è un tappeto, sì, ma volante. I ragazzi si divertono, si appassionano al punto di essere straordinariamente gelosi del foglio scritto con le proprie dita.
E i cellulari? Nessuno ha sentito il bisogno di usarli durante la lezione. Li avevano con sé, chi sul banco chi nello zaino. Ma il ticchettìo, il nastro inchiostrato, i polpastrelli sporcati per disincagliare i caratteri, la scoperta del rosso e del blu che si cambia con una levetta, il campanello che avverte del fine riga non hanno lasciato spazio al digitale.
Mentre i ragazzi creano e si divertono con questa stampante senza spina e senza wifi, il giardino delle loro sinapsi fiorisce. Il programma della prima lezione prevedeva che raccontassi chi è stato quel signore che dà il nome alle “32”, parlare loro di Adriano Olivetti. Hanno smesso di scrivere col broncio. Così, io e Manuela Garau (la mia amica geniale, la professoressa che mi è complice in questa operazione e apripista nell’IC Principe Amedeo) abbiamo dovuto trattare. Avrebbero ascoltato a condizione di poter scrivere il riassunto non a casa, ma subito, in aula. Con quelle macchine che sentono già loro e che hanno personalizzato, con un’etichetta su cui ciascuno ha scritto il proprio nome e il nome che ha dato alla “sua” Lettera 32.
Appuntamento al prossimo martedì. Mai visti ragazzi “delle medie”, come si diceva ai miei tempi, non voler andare via dalla scuola, nel prolungamento pomeridiano, oltretutto.
Una precisazione: tengo questo corso mettendo a disposizione le macchine della mia collezione e con un programma di insegnamento - approvato dalla dirigente scolastica Mariarosaria Mitrano - sviluppato sulla base di una serie di studi e pubblicazioni universitarie statunitensi e giapponesi raccolte negli anni. Vi sono esaminati e catalogati gli effetti sulla mente e sulla psiche della digitazione meccanica e della dattilografia; a questi ho unito i preziosi suggerimenti di uno studioso d’eccezione come il neurologo e psicoterapeuta Pierluigi Brustenghi (l’autore di “Intelligenti si diventa” di Mondadori, sì, proprio lui).
Ed è tutto vero, anno 2026, in piena era dell’intelligenza artificiale, a Gaeta. Potere delle typewriter.
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